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Cosa succede quando una grande multinazionale scopre che il suo nome è stato utilizzato in modo fraudolento da un’altra azienda? Deve intraprendere un’azione legale per proteggere il suo marchio?

Ciò è avvenuto qualche mese fa, nell’aprile 2015, quando un marchio di moda molto conosciuto ha citato in giudizio un ristorante di Tapas indiano per violazione del marchio. Il trademark in questione era Zara e le parti coinvolte, il gruppo Inditex -società spagnola che possiede il famoso marchio di abbigliamento ZARA- e il ristorante situato a Chennai, “Zara Tapas Bar”.

Potrebbe sembrare che Inditex volesse approfittare del suo ruolo di colosso multinazionale al fine di creare un monopolio sul Trademark. Comunque, questo è lungi dall’essere vero. Il nome di marca è una delle risorse immateriali più importanti che una società possiede e deve essere protetto da qualsiasi azione che possa screditarla.

Questo è anche il punto di vista della Corte suprema di Delhi, che si è pronunciata a favore del marchio di abbigliamento, ordinando al ristorante di cambiare il suo nome.

L’argomento principale dell’imputato non ha avuto successo. Il ristorante sosteneva che, considerando che entrambe le parti operavano in diversi settori, era improbabile che condividere lo stesso nome causasse confusione tra i potenziali clienti. Anche se questo argomento avrebbe potuto essere valido in qualsiasi altro scenario, la Corte ha concluso che gli imputati volessero beneficiare della reputazione e della buona volontà del querelante.

I principali fattori che la Corte ha preso in considerazione al momento di pronunciarsi a favore della multinazionale spagnola sono stati due:

  1. La natura dell’uso del marchio. L’imputato sosteneva di non usare il marchio ZARA in quanto tale, ma “Zara Tapas Bar”. Tuttavia, come il suo sito web e le sue pagine di social networking hanno mostrato, il ristorante promuoveva il brand con l’accento su “Zara” piuttosto che sull’intero marchio “Zara Tapas Bar”. Inoltre, c’è l’associazione dell’imputato con prodotti spagnoli (tapas), da dove il marchio del ricorrente proviene. Ciò dimostra che il ristorante voleva sfruttare il prestigio costruito da Zara (il marchio di moda).
  2. Il marchio è diventato di pubblico dominio. Gli imputati sostenevano che il marchio fosse diventato patrimonio comune e avevano anche presentato un elenco di marchi contenenti il nome Zara. Tuttavia, la Corte ha precisato che la scelta di intraprendere azioni legali contro i trasgressori è in mano ai querelanti.

Insomma, casi di violazioni del marchio possono insorgere tra aziende operanti in diversi settori, anche se, come abbiamo visto, né loro, né i loro beni e/o servizi, presentano delle somiglianze. Per evitare confusione e problemi futuri è sempre consigliabile contare su una buona strategia di gestione del dominio fin dall’inizio.

Cosa significa questo per i proprietari di marchi? Il monitoraggio delle parole chiave relative al vostro brand è essenziale nell’era digitale. Investire un po’ oggi vi farà risparmiare un sacco a lungo termine. Applicare proattivamente una strategia di protezione del marchio è fondamentale per proteggere il vostro marchio e le vostre risorse digitali.

Da qualche giorno in Europa i consumatori che voglio acquistare farmaci su internet hanno uno strumento di tutela in più.
La Commissione Europea ha adottato infatti il regolamento di attuazione di una direttiva che stabilisce che ci sia un logo comune per le farmacie on line, logo che dovrà essere presente sul sito e che rimanderà all’autorità nazionale di competenza, dove saranno elencate tutte le farmacie autorizzate alla vendita on line di medicinali.
La decisione della Commissione arriva qualche mese dopo un’analoga iniziativa promossa dall’Associazione Nazionale dei Farmacisti degli USA. L’associazione statunitense ha chiesto infatti di proporre un nuovo dominio generico di primo livello (gTLD) che permetta di identificare gli store on line autorizzati alla vendita di farmaci. Il dominio proposto è appunto .pharmacy.
L’associazione ha analizzato i siti di vendita di farmaci fin dal 2008 e ha scoperto che oltre il 96% degli 11.000 siti valutati opera al di fuori del rispetto delle leggi degli Stati Uniti per la vendita di farmaci. Al momento attuale il 62% di questi siti non riporta nemmeno un indirizzo postale. Inoltre il 91% dei siti non legali sembra essere legato alle reti non autorizzate di vendita di farmaci in rete.
Questo tipo di siti mettono chiaramente a rischio la salute dei consumatori e per questo è necessario avere un modo univoco per identificare i siti autorizzati alla vendita.
In attesa che arrivi il nuovo gTLD che permetta di identificare con chiarezza i siti autorizzati alla vendita di farmaci, la scelta della Commissione Europea è un passo in più per la tutela dei consumatori.
Ma lo è anche in termini di brand protection, perché ad essere danneggiati dalla vendita irregolare on line sono, assieme ai consumatori, i produttori. Ogni situazione illegale o anche semplicemente confusa, crea un danno alla tutela del marchio, ne mette in pericolo l’integrità, il rapporto con il mercato e il business. Per questo è necessario per le imprese cogliere le opportunità di nuovi scenari come quello della direttiva Europea, ma per farlo servono professionalità e know-how specifici, serve il contributo di chi, ogni giorno, dedica ai temi sempre più complessi della brand protection tutte le proprie conoscenze e capacità specialistiche. Come dotNice. Perché proteggere il marchio on line significa anche saper cogliere le opportunità offerte da una evoluzione costante delle regole. Come quelle sulla vendita on line dei farmaci.

dotNiceEsperti in Digital Brand Protection
Per ulteriori informazioni: brandprotection-italy@dotnice.com

Per sopravvivere oggi nello spazio digitale, le aziende e gli imprenditori devono avere una forte presenza on line. Va da sé che i tradizionali modelli di business sono cambiati radicalmente con l’avvento di internet. L’era digitale ha creato diverse opportunità sia per gli aspiranti imprenditori che per chi aveva un’azienda già avviata. Il mercato globale è infatti facilmente raggiungibile, basta un computer ed una buona connessione wi-fi.
Artisti sconosciuti possono affermarsi su internet nel giro di una notte, le aziende possono incrementare i propri profitti nei nuovi mercati con costi minimi, ed i consumatori possono scegliere e spiegare perché scelgono o non scelgono di acquistare un particolare prodotto.
Il mondo digitale infatti ha creato opportunità senza precedenti per la crescita e l’evoluzione delle aziende. Di contro però, l’era digitale rappresenta anche nuove sfide per il mondo dei marchi. La gestione globale della proprietà intellettuale è complessa e la tecnologia digitale cambia costantemente e a ritmo crescente. Molti responsabili di brand o responsabili marketing possono essere intimiditi da questo panorama digitale innovativo.
Molti responsabili di brand gestiscono intelligentemente il loro marchio investendo tempo e denaro nella promozione, protezione e crescita della brand identity e della reputazione online. Si rendono conto, infatti, che la presenza di un brand in rete è intrinsecamente connessa al marchio stesso ed alla sua sopravvivenza.
Dall’altra parte, molte organizzazioni non hanno strategie concrete o focalizzate sulla gestione degli asset più importanti e intangibili: la loro presenza in rete.

Quindi, cos’è che rende un brand digitale o in cosa consiste la sua presenza in rete?
Tutti i portfolio di brand oggi sono digitali o quanto meno dovrebbero esserlo.
I brand dovrebbero considerare i loro asset digitali (nomi a dominio, piattaforme social media etc.) con una prospettiva olistica. L’approccio omnicomprensivo per la gestione del marchio come un’unica entità è al centro di tutte le strategie di protezione digitale del brand. Per gestire al meglio la presenza in rete di un marchio, si deve monitorare e gestire il portfolio domini (gTLD , ccRLD e IDN), controllare i marchi registrati e supervisionare i social media e naturalmente proteggere i propri asset digitali da abusi esterni o dal cattivo uso interno. Il solo modo per avere successo nello spazio digitale è gestire centralmente il proprio portfolio di asset digitali. Tutte le organizzazioni vogliono proteggere i loro brand con il minore sforzo possibile. Cercano di far crescere la portata del loro mercato, di entrare in nuovi mercati e allo stesso tempo di assicurarsi che i loro asset digitali siano al sicuro da attacchi fraudolenti in rete o da crimini informatici. Il che può essere un compito arduo per il responsabile di un brand internazionale a causa della grandezza e della complessità del portfolio degli asset digitali o della proprietà intellettuale.
La crescita a livello internazionale di una PMI crea altrettanti problemi proprio per il rafforzamento delle strategie di protezione digitale del brand. Molti potrebbero essere confusi e non sapere da dove cominciare. Inutile dire che, sia che si tratti di un marchio avviato o di una PMI in fase di sviluppo, il successo in ogni caso sta nell’efficacia delle strategie di protezione digitale del brand. In definitiva, investire in questo ambito significa spendere qualcosa in più per salvare cifre enormi.

Come si possono proteggere asset intangibili come quelli digitali?
Gestire il proprio portfolio digitale prevede tre step essenziali: monitoraggio, gestione, rafforzamento

1.Monitoraggio:
I nomi a dominio collegati al marchio registrato sono monitorati?
La sorveglianza del marchio e il monitoraggio sono essenziali per prevenire violazioni della proprietà intellettuale o l’abuso on line e per proteggere il proprio portfolio di nomi a dominio. Ricerca e supervisione continua sono fondamentali perché rendono subito consapevoli di un eventuale attacco da parte di terzi che vogliano minacciare la brand equity.
Però, chi è che monitora la reputazione on line? Sono stati creati strumenti per monitorare i social media e i network di peer to peer? Sono stati identificati casi di diffamazione del proprio brand? Una supervisione efficace a tutela della reputazione di un brand comporta il monitoraggio di tutto il web. Integrare strumenti per il monitoraggio on line permette di avere il polso della percezione in rete di un brand. Attivare report mensili su “cosa si dice in rete” permette di controllare la situazione e fare in modo di restare sempre al vertice delle nostre prestazioni sul web. Naturalmente per ottenere questo risultato è fondamentale un approccio proattivo.

2 Gestione:
Le aziende spesso non riescono a gestire in modo competente il loro portfolio di asset digitali perché molti responsabili di area in carico per la supervisione lavorano in modo isolato gli uni dagli altri. Gestire gli asset digitali è responsabilità di tre dipartimenti chiave all’interno di un’organizzazione: a. Responsabili Marketing/Brand, b. Ufficio legale, c. IT. In molte situazioni sono tre dipartimenti che lavorano a compartimenti stagni, non comunicando tra loro.
Adottare una strategia efficace di protezione del brand comporta che tutti e tre i dipartimenti lavorino insieme. Quando si gestisce un portfolio nomi a dominio, la comunicazione tra tutti e tre i dipartimenti è essenziale. Usare piattaforme centralizzate che aggreghino tutte le informazioni importanti sul portfolio migliorerà i processi di gestione. In molti casi, esternalizzare la gestione del portfolio a parti terze con esperienza e specializzazione nel settore può garantire migliori risultati di una gestione in-house.

3. Rafforzamento
Tutte le organizzazioni con presenza on line sono a conoscenza dei rischi che i loro marchi digitali corrono ogni giorno. I crimini informatici aumentano ogni anno e le spese in cui può incappare un brand sono davvero alte. Rafforzare una strategia di protezione digitale del brand assicura che le imprese mettano in atto attività di tutela per difendersi in caso di attacchi informatici. Il che permette loro di agire in modo efficiente ed efficace tutte le volte che è necessario. Attivare un approccio proattivo per rafforzare la tutela della proprietà intellettuale di un brand in rete serve a proteggere gli asset intangibili di quel brand. Recuperare nomi a dominio da terze parti può essere un processo complesso per chi non ha familiarità con l’UDRP. Avvalersi della consulenza di legali esperti che hanno una vasta esperienza in questo ambito farà risparmiare tempo e denaro e in ultimo ne beneficerà la presenza digitale del brand.

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Per ulteriori informazioni scrivere a: brandprotection-italy@dotnice.com

WIPO, l’organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale nasce nel 1967, in sostituzione di BIRPI l’Ufficio internazionale unito per la protezione della proprietà intellettuale, la prima istituzione che fin dal 1893, grazie alle Convenzioni di Berna e Parigi, lavorava a tutela della proprietà intellettuale.
Nel corso dei suoi 48 anni di vita WIPO ha operato tra le altre cose per promuovere una legislazione uniforme a livello internazionale e l’interscambio di informazioni in materia di proprietà intellettuale, e per facilitare la soluzione di controversie in materia di proprietà intellettuale nel settore privato, oltre a spingere all’uso di Internet come strumento per acquisire e utilizzare informazioni nell’ambito della proprietà intellettuale.
Dal 2001 WIPO organizza ogni 26 aprile – data in cui nel 1970 entrò in vigore la convenzione che stabiliva la fondazione dell’organizzazione – la Giornata Mondiale della Proprietà Intellettuale. Ogni anno l’evento viene associato a un tema specifico. Quest’anno il tema è quello della musica.
Get up, Stand up for music è il titolo della giornata 2015. Perché la musica? Ha senso oggi nell’era di Napster, Spotity, YouTube e tutti gli altri social media parlare di proprietà intellettuale? E in particolare di proprietà intellettuale nel mondo della musica?
Anche se a caldo verrebbe da dire no, la verità è più complessa. Ci sono artisti che ancora oggi dimostrano che la tutela della proprietà intellettuale nel campo della musica non solo ha una sua fondamentale rilevanza, ma cerca spazi nuovi di espressione. Taylor Swift, per esempio, ha recentemente registrato 5 frasi tratte dal suo album più famoso, 1989, e le ha trasformate in marchi, che quindi non potranno essere utilizzate per farne magliette, presine o cover per i cellulari e così via.
La stessa Taylor Swift è stata la prima celebrità a registrare le nuove e controverse estensioni di dominio: .PORN, .ADULT, .SUCKS scatenando un dibattito in rete che ha occupato e occupa ancora le home page dei quotidiani mondiali.
Ed è sempre Taylor Swift, evidentemente molto sensibile all’argomento, che ha ritirato tutti i suoi singoli da Spotify. Sulle pagine del Wall Street Journal ha spiegato la sua decisione, o se vogliamo la sua filosofia, in modo molto chiaro: “La musica – ha scritto – è arte e l’arte è importante e rara. Importante, e le cose rare hanno un gran valore e per questo vanno pagate”.
Di contro abbiamo enti no profit, scienziati e accademici che si muovono in tutt’altra direzione e che già dal 2004 hanno sollecitato un cambiamento di WIPO nell’ambito di tutela della proprietà intellettuale. A tale scopo hanno sottoscritto un documento – la dichiarazione di Ginevra sul futuro dell’organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale – che vuole sensibilizzare WIPO sulle legislazioni dei Paesi in via di sviluppo rispetto alla proprietà intellettuale e spingere l’organizzazione a considerarla non come fine a se stessa ma come un mezzo per lo sviluppo di queste nazioni.
Chi vincerà? Come si evolverà la tutela della proprietà intellettuale nei prossimi anni?
E’ ancora presto per dirlo, ma certo è che in un mondo dove i confini sono sempre più ristretti è sempre più necessario dotarsi di strumenti per la tutela dei propri marchi, fuori e dentro la rete. Come ha fatto Taylor Swift.

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